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Chiavi fuse a "cera persa"

Fondere oggetti artistici a cera persa è un'arte antichissima che continua a essere praticata ancora oggi nello stesso modo come alle origini, salvo piccoli perfezionamenti avvenuti in conseguenza del moderno progresso tecnologico.

Il materiale preferibilmente usato per la fusione di chiavi a cera persa fu il bronzo nella percentuale più comune: 85% di rame e 15% di stagno. Furono però usati, anche se raramente, il rame, l'ottone e l'alluminio.

Le chiavi artisticamente più belle e più conosciute fuse a cera persa sono quelle in bronzo di epoca romana (150 a.C. - fine V secolo d.C.) e quelle merovinge e carolinge (fine V secolo d.C. - fine X secolo d.C.).

Come prima operazione (fase 1), veniva costruito il modello della chiave con la cera, o materiali similari che si sciogliessero con il calore. Nella fase 2 il modello, dopo essere stato ricoperto con un impasto umido di terra refrattaria, veniva interrato entro un contenitore con terra refrattaria. Questa era un ingrediente di essenziale importanza per la buona riuscita della fusione: doveva essere il più possibile aderente e resistente pur essendo morbida e fine; quella poi a contatto con il modello, per non rovinarlo, veniva inumidita così da diventare tenera e malleabile all'impasto, come un unguento.

Chiave fusa a "cera persa".

a) contenitore in materiale refrattario
1) preparazione del modello in cera (o materiali similari)
2) interramento del modello in terra da fonderia
3) riscaldamento per provocare lo scioglimento e la fuoriuscita della cera
4) interramento del contenitore e riempimento del calco con bronzo fuso
5) sterratura della chiave
6) rifiniture

Nella fase 3 il contenitore veniva riscaldato, con un gran fuoco tutto attorno, in modo che la cera del modello, sciolta dal calore, uscisse attraverso un foro praticato sul fondo lasciando vuoto lo spazio che occupava.

Nella fase 4 il contenitore veniva interrato e gli si pressava tutto attorno della terra per evitare che la pressione esercitata dal bronzo fuso durante il riempimento facesse scoppiare l'involucro stesso. Dopo di che veniva versato del bronzo liquido, contenuto in un crogiuolo, attraverso il canale di riempimento, precedentemente praticato nella terra refrattaria. Si cessava di versare il bronzo quando questo traboccava dal canale di sfogo appositamente preparato, di lato a quello di riempimento, proprio per segnalare il completo riempimento della forma. Durante questa delicatissima fase bisognava fare molta attenzione affinchè non venisse mai a cessare la scorrevolezza del bronzo incandescente; perciò era indispensabile che la fusione venisse effettuata da abili maestri artigiani fonditori.

Il contenitore veniva mantenuto interrato il tempo necessario perchè il metallo potesse raffreddare lentamente per evitare il pericolo che il manufatto, passando rapidamente dal calore intenso della terra refrattaria alla temperatura ambiente, potesse risentirne contraendosi e, di conseguenza, spaccarsi o creparsi. A raffreddamento certo, si dissotterrava il contenitore e lo si spaccava.

Nella fase 5 la chiave veniva ripulita dai grumi di terra refrattaria che ancora la ricoprivano e liberata dalle appendici formate dai canali di riempimento e di sfogo.

Nella fase 6 si rifiniva l'opera mediante lavaggio con sabbia in maniera che scomparisse ogni traccia di scorie e apparisse il bronzo in tutta la sua bellezza. In realtà il procedimento aveva così tante sfumature e accorgimenti tecnici in ogni fase da costituire una vera e propria arte. Proprio per questo il maestro fonditore, a seconda della propria esperienza e abilità, era in grado di ottenere risultati e forme artistiche tali da renderlo più o meno famoso e ambito nè più nè meno che un grande artista.

Le chiavi fuse a cera persa hanno il pregio, come quelle forgiate, di essere opere uniche in quanto la cera usata per la costruzione del modello andava persa. Proprio per la loro unicità sono di grande valore artistico, sicuramente alla pari, se non superiore, a quello delle migliori chiavi in ferro forgiato.

Chiave fusa a "cera persa". Italia, II-III secolo d.C. Impugnatura a volute sovrapposte; base piatta di forma rettangolare; fusto di sezione rettangolare; pettine a tre denti con l'aggiunta di una complicazione laterale; modo d'uso a "doppia spinta". Lunghezza 11 centimetri.

L'interesse per questo tipo di chiave è naturalmente altissimo; purtroppo sono impossibili da trovare sul mercato, soprattutto quelle romane con impugnature zoomorfe o a volute, o quelle carolinge con l'impugnatura a forma di grata o a disegni geometrici.

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